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Sito ufficiale del Coordinamento Trans Sylvia Rivera

I fondamenti del Coordinamento Trans Sylvia Rivera sono i seguenti:
diritti civili, diritti umani, autodeterminazione, laicità, antirazzismo, antifascismo


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sabato 3 luglio 2010

Cancellate le trans, criminalizzato il movimento

Tra i promotori l’unica rappresentante trans è antimmigrati e antiprostituzione
di Porpora Marcasciano -
Liberazione - 2 luglio 2010


Il Pride di quest’anno ci è stato scippato, però per coprire la questione e camuffarla si sente dire che si tratta di uno scazzo tra associazioni o tra prime donne. E’ un modo semplicistico per liquidare una cosa ben più pesante: che è il primo Pride più o meno dichiaratamente di destra della storia. Intanto perché ad organizzarlo ci sono soggetti non molto limpidi, che dentro il movimento glbt sono stati visti con diffidenza: Imma Battaglia che difende a spada tratta Alemanno, dicendo che è il miglior sindaco che Roma abbia avuto perché ha degli interessi da salvaguardare, l’Arcigay Roma che difende i propri locali sulla Gay Street romana e Gaylib, associazione che si dichiara di destra. I proponenti sono questi. La rappresentanza transessuale è in mano a tale Francesca Busdraghi (Azione Trans) la quale, oltre ad essere di Gaylib, è esplicitamente di destra, antimmigrati, antiprostituzione. E’ lei che dovrebbe rappresentare le trans. Ma l’origine del Pride fu la rivolta di Stonewall, e a Stonewall l’eroina, colei che lanciò il tacco a spillo che fece esplodere tutto, era Silvia Rivera: trans, prostituta, ispanica, emarginata. E tutte queste sue particolarità Silvia le ha difese appassionatamente anche venendo in Italia, fino alla sua morte, nel febbraio 2002. Il Pride ha un senso, la storia glbt ha un senso: si iscrivono nella logica della liberazione, nella lotta per i diritti e l’uguaglianza. Questa logica nel Pride romano 2010 se ne è andata a quel paese. Tra le iniziative c’è un dibattito su questione transessuale e mass media tra Francesca Busdraghi e Martina Castellana, la candidata del Pdl nella provincia di Salerno. Le trans non sono rappresentate, vorrei gridarlo.
In più il dibattito si è svilito, c’è stata dietro una strategia di distruzione ben precisa. Gli organizzatori hanno usato lo stesso sistema che usano i politici di destra in tv: provocare fino a quando uno risponde, a quel punto basta dire un semplice “a” che diventa aggressione. Qualsiasi cosa si dice e si fa diventa un’aggressione.
Hanno fatto diventare un caso politico nazionale la supposta aggressione a Paola Concia al Pride di Napoli. Paola Concia è una politica, in quanto tale è esposta a critiche e contestazioni. A Napoli c’è stata una semplicissima contestazione da parte di 5 travestite drag che le hanno dato della fascista perché era andata a Casapound. Da qui a dire che questa è un’aggressione violenta ce ne passa. Così tutta l’area “antagonista” viene liquidata come violenta, aggressiva, quando poi a ben vedere la vera aggressione arriva da loro, la vittima passa per aggressore e viceversa.
Tutto questo viene usato per motivare il Pride di Roma, che non ha struttura portante politica né rivendicazioni. Il documento “Noi non ci saremo” è stato firmato da 50 associazioni del movimento glbt italiano: si tratta di quasi tutte le associazioni italiane, è questo che va chiarito. Un fatto simile avrà un significato. Altro che prime donne.
Rattrista anche vedere come tutta l’operazione sia chiara al movimento ma non ai politici che dovrebbero rappresentarci. Mi spiace che Nichi Vendola appoggi questo Pride. La sinistra fa un passo avanti e due indietro. Credo che dei punti di riferimento ci debbano essere, io ce li ho, il mio percorso di liberazione è cominciato 35 anni fa e più passa il tempo e più mi pare chiaro, mi spiace che questo percorso prezioso venga svilito con accuse brutte, le associazioni hanno una storia e la rivendicano. In Italia l’area gay-lesbica-trans rispecchia la situazione del Paese, che è di arretramento culturale e politico. C’è il revisionismo storico, quando ci vengono rivolti certi attacchi vengono rovesciate le parole. Il termine “antagonista” oggi è usato come dispregiativo, per indicare tutti coloro che cercano di approfondire le questioni, di dare senso al proprio percorso di liberazione. E’ in corso un tentativo di discredito, di criminalizzazione di un movimento, per cui tutto quello che è critica o articolazione del discorso viene tacciato come pericoloso e violento.


martedì 22 giugno 2010

DA STONEWALL AL PAY PRIDE

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Editoriale
di Porpora Marcasciano
Vice Presidente M.I.T. Bologna


Sono tanti e soprattutto seri i motivi che fanno immaginare il pride del 3 luglio a Roma come altro, totalmente altro dall’evento che eravamo abituati a festeggiare. Tante le ragioni per dissociarsene e sentirlo distante dal nostro orgoglio. Del resto era prevedibile che in un’Italia dove tutto si è storto, il Pride seguisse la stessa sciagurata tendenza!
Nella sua organizzazione, salta vistosamente all’occhio l’assenza delle persone trans, sia a livello simbolico che fisico, eppure sono state proprio loro ad aprire il percorso della liberazione.

Spicca invece la sola presenza di una donna trans dichiaratamente di destra (Gay Lib) dichiaratamente contro la prostituzione, contro i consultori (quello del MIT per esempio), contro tutti i percorsi considerati da lei e dagli altri organizzatori come “antagonisti”.
Credo che Sylvia Rivera, se mai ci fosse stato confronto, qualcosa da gridare a questa persona l’avrebbe sicuramente avuta!

Ben altri dubbi si addensano come nuvoloni, su quel pride. Già in un precedente comunicato, ho avuto modo di esprimere dubbi e perplessità e li ribadisco: le posizioni politiche di Imma Battaglia in merito alla qualità della vita di gay e lesbiche in Italia (lei sostiene che stanno in gran forma); l’organizzazione affidata a uno psicologo (il nostro percorso di visibilità nasce proprio dalla contestazione di un loro convegno nel 1972); attacchi aggressivi e violenti che sfiorano la rissa, con l’immancabile rigiro della frittata per porsi come le vittime, copione oramai consolidato di tutte le neo destre emergenti (ricordate la favola del lupo e dell’agnello?); le loro aperture alle destre più o meno estreme e la condanna metodica e continua del laboratorio antagonista; la commistione grossolana tra eventi commerciali e politici, tra profitto e rivendicazione (di questo parleremo meglio ad evento avvenuto).

Se la matematica, per non dire la storia, non inganna e due più due fa quattro, l’organizzazione di questo pride è quanto di più lontano e antitetico, da un percorso di liberazione, quindi dal Pride, che, se anche l’inglese non inganna dovrebbe significare orgoglio. Per tutti coloro (e sono tante e tanti) il cui percorso è tracciato dalla liberazione è difficile non intravvedere in quello romano un pericoloso cambio di rotta, uno scivolone verso il baratro, checché van cantando le voci bianche che invocano unità. Non si costruisce unità sulla confusione, tantomeno sulla negazione di un percorso, mi riferisco a quello che da Stonewall porta a noi, visto gli attacchi concertati e indiscriminati contro il mondo delle associazioni.

Da un po’ di tempo mi ostino a ripetere, a rischio di noia, che c’è bisogno di riprendere e ridare una costruzione di senso, un senso nostro, fondamentale per tracciare la nostra storia, appropriarcene.
Operazione non facile, non lo è mai stata in un mondo sessista…veteropatriarcale! Ma un movimento serio e maturo che vuole sentirsi e definirsi tale, dovrebbe prendersi questa responsabilità, ha l’obbligo di darsi o quantomeno ricercare quel senso che altri e solamente altri hanno dato per noi.

Oltre al fin troppo scontato confronto continuo e costante, alla base della nostra costruzione dovrebbe esserci la coscienza, altra parola passata in disuso, del famoso quanto banale “chi siamo, da dove veniamo e….dove stiamo andando!” Attraversiamo un’epoca in cui il filo del discorso, ovvero la costruzione di senso, si è ingarbugliato, si è spezzato, confuso. Un mondo in cui tutti parlano -questa è l’illusione- ma in cui diventa sempre più difficile parlare, dire, capire e farsi capire. Un’operazione abilmente manovrata da precise strategie che un giorno, spero non molto lontano, si scoprirà essere l’arma, per quanto mi riguarda, non troppo segreta delle destre: meno si capisce più si manovra!

La narrazione, la nostra, è fondamentale per la nostra esperienza! In essa c’è scritto dove nasce la negazione e dove la nostra visibilità, dove si genera violenza e dove liberazione, dove si genera esclusione e dove diritto! In quella narrazione, che non è personale ma collettiva e riguarda trans, gay, lesbiche, donne, immigrati, esclusi di ogni specie, è stampato il mio j’accuse al neo pride romano: state facendo una brutta cosa! Il 28 Giugno 1969 accadde qualcosa che è corpo e sostanza del movimento di liberazione GLTQ, è la sua narrazione…non quella che si cerca di manipolare! Così facendo si snatura il Pride si svilisce, si elimina il suo spirito, di questo purtroppo ci si rende conto sempre dopo.

Sabato scorso ho partecipato al Sicilia Pride di Palermo ed è stato veramente favoloso, come in contemporanea quello di Torino (non dimentichiamo la formula del suo successo), come quello del 12 a Milano... In the spirit of Stonewall!
Ed è in questo stesso spirito di sostanza e di liberazione che si terrà il Pride nazionale di quest’anno a Napoli, sabato prossimo 26 giugno.

Non datemi dell’antagonista, ma è il minimo che ci possa sussurrare la nostra coscienza!


venerdì 18 giugno 2010

ROMA PRIDE 2010: NOI NON CI SAREMO

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A Roma, negli ultimi mesi, sono accadute cose talmente sconcertanti e rilevanti in merito al Pride della Capitale del 2010 da indurre molte Associazioni, gruppi e singoli/e ad una riflessione comune, avvenuta nella sede del Circolo Mario Mieli in tre riunioni molto partecipate e ricche di diversità.
Dopo un’ ampia analisi della situazione politica attuale del movimento lgbtiq e dei fatti di Roma, le Associazioni, i gruppi, i/le singoli/e che sottoscrivono questo documento hanno deciso di non aderire a Roma Pride del 2010, per ragioni sia di metodo sia di sostanza politica, che riassumiamo con poche righe non esaustive ma indispensabili.
Il comitato che organizza e promuove il Roma Pride, costituito alla fine da sole quattro associazioni romane, ha effettuato una serie di operazioni, da aprile ad oggi, tali da impedire modalità di costruzione condivisa. Prima sono stati contestati i Pride precedenti e si è richiesta una nuova entità organizzatrice a ridosso dell’evento, invocando maggiore collegialità ma estromettendo dalla costruzione tutte le realtà non della Capitale, per la prima volta dal 1994. Poi si è perpetrata una messa in scena di falsa democrazia attraverso il passaggio di due brevi workshop di proposizione di idee sotto la guida di una psicoterapeuta, delegando poi le decisioni sostanziali a piccoli gruppi di lavoro scollegati fra loro. Successivamente si è spostata la data dell’evento dal 12 giugno al 3 luglio, incomprensibilmente verso un periodo più infelice per la partecipazione e contro una decisione assunta a febbraio durante un incontro nazionale di movimento a Napoli, questo mentre i gruppi di lavoro in teoria dovevano ancora decidere in raccordo fra loro. Analogamente l’ufficio stampa ha scelto e resi pubblici slogan, data e logo prima che si pensasse a quale dovesse essere l’essenza del documento politico da stilare, capovolgendo la logica di qualunque manifestazione esistente. E via discorrendo, con tante e tali “novità” di cui via via si prendeva atto senza alcun vero confronto politico. E potremmo continuare. Un Pride che si autoproclamava “di tutti” è diventato nei fatti di pochi, in particolare di sole quattro sigle.
Si è perpetrata una involuzione sostanziale dei contenuti politici, a partire dallo slogan e dal comunicato stampa di annuncio della manifestazione: questo Pride trova la sua rivoluzione nei i baci e nell’affettività, cioè in quanto di più blando e generico esista, con la sconvolgente amnesia delle pietre miliari e quarantennali delle lotte di movimento lgbtiq, ovvero orgoglio, liberazione, visibilità, autodeterminazione, sessualità, lotta per i diritti, laicità etc. Si è compiuta inoltre una regressione culturale di cui forniamo solo alcuni degli innumerevoli esempi: la rinuncia alla politica costruendo un Pride che passa attraverso una psicoterapeuta; la perdita dell’uso del femminile nel linguaggio; l’irrilevanza della questione transessuale (persino nella esiguità impressionante di persone trans nel comitato), salvo talune richieste di specifici interventi normativi nella piattaforma rivendicativa più lunga della storia, talmente tecnica da sembrare una tesina da giovane avvocato lgbtiq; l’uso smodato del vittimismo; la ossessiva e plumbea richiesta di supporto di polizia e telecamere; la perdita del senso della storia e delle indubbie conquiste sociali e culturali ottenute dal movimento; l’idea che le Associazioni hanno fatto il loro tempo e devono fare passi indietro, salvo poi dirigere il tutto attraverso poche persone che nelle Associazioni ci stanno da decenni o ne hanno attraversate parecchie, e magari militano anche nei partiti; l’uso spregiudicato delle vicende di cronaca di transfobia e di omofobia, ignorando le prime e strumentalizzando le seconde come spot davanti ai media, magari appropriandosi anche di iniziative altrui (vedi la fiaccolata organizzata da We Have a Dream il 30 maggio scorso), rilasciando dichiarazioni alla stampa e appiccicando cartelli con il logo del “proprio” Pride sul petto di chi ha promosso, dietro alla sola bandiera rainbow, una manifestazione di solidarietà e di risposta agli episodi di violenza. E potremmo continuare.
Si è sostanziata una marginalizzazione delle realtà lgbtiq di area culturale di sinistra e si è proposto un indistinto qualunquismo politico, basandosi su un progetto ipotetico di trasversalità che vuole andare a tutti i costi a scovare una sensibilità della destra italiana verso le tematiche gay, lesbiche e transessuali che nella realtà non esiste, se si escludono rare e in fondo doverose estemporaneità istituzionali o amministrative. Si è arrivati a preoccuparsi più della questione della necessità e volontà di cercare sponde a destra, anche in quella cosiddetta "estrema", che coinvolgere nel Pride i collettivi universitari e non, i centri sociali, le femministe, i partiti, i sindacati, le Associazioni che si occupano di diritti umani, le radio e le televisioni che aprono al territorio, i testimonial sensibili, migliaia di cittadine e cittadini comuni che nel Pride hanno visto negli ultimi anni un momento essenziale per stare insieme con consapevolezza e gioia, reagendo all’involuzione politica e sociale del nostro Paese. Ci si è naturalmente preoccupati di non dimenticare nel documento politico la parola antitotalitarismo, affinché la parola antifascismo non rimanesse sola ed inequivocabile.
C‘è talmente più realismo del re, che ci si preoccupa di evitare qualunque possibile polemica con l’amministrazione di turno (comunque guarda caso di destra), risolvendo persino le questioni politiche con un semplice e docile “ci ripensi” rivolto al sindaco Alemanno, che si dichiara contrario ad una legge contro l’omofobia e la transfobia E potremmo continuare.
Ma ci fermiamo nell’elencazione dei vari motivi che ci allontanano da questo Pride non perché non ve ne siano altri, ma in quanto riteniamo che quelli esposti siano già sufficienti per spiegare un atto così serio ed inedito da parte nostra.
Ci sentiamo orfani/e quindi di un appuntamento vero, vitale, condiviso, ricco e coinvolgente quale è stato fino ad oggi il Pride romano, significativo per tutta la comunità lgbtiq italiana e per la città di Roma. Non riusciamo in nessun modo a riconoscerci in nulla di ciò che Di’Gay Project, Arcigay Roma, Gaylib Roma e Azionetrans, ovvero il Comitato del Roma Pride 2010, hanno realizzato a testa bassa sino ad ora, senza nemmeno un attimo di ripensamento. Quindi con dolore immenso non aderiamo al Pride, con la scelta condivisa che ogni Associazione firmataria, se vuole, possa trovare liberamente proprie modalità di presenza per i propri associati e prendiamo le distanze dall’atto di destrutturazione metodologica, politica e culturale che si è perpetrato ai danni di un appuntamento da sempre e da tutto il movimento italiano sentito e ritenuto importantissimo . Ci aspettavamo da parte del comitato un qualche momento di consapevolezza del crescente sfaldamento, soprattutto dopo le continue critiche piovute da ogni dove e dinanzi al progressivo rimanere da soli. Non c’è stato nulla, non si capisce se per incapacità politica e inesperienza, o per la precisa volontà di provocare una spaccatura nel movimento. Noi vogliamo invece ristabilire modalità serie di coesione e fiducia, ribadire contenuti e storia del movimento, rilanciare percorsi di costruzione politica. Bisogna riattivare un dibattito vero, ribadendo vigorosamente lo spirito di liberazione di Stonewall. Su questo solco è quindi indispensabile continuare il percorso sia di lotte per i diritti e tutele verso coppie e singoli/e lgbtiq, sia di battaglie più ampie per una società più libera, come quelle contro le politiche di repressione e strumentalizzazione sui corpi delle persone trans, di donne e di migranti, contro il pacchetto sicurezza (come non ricordare i Cie – Centri di espulsione), contro la privatizzazione dei servizi e dei beni comuni, e via discorrendo. La nostra mancata adesione è un atto di vera assunzione di responsabilità, l’unico possibile rimasto: non nel nostro nome tanta pochezza di contenuti, manifesta incapacità e tanta mistificazione, non nel nostro nome la ricerca di visibilità di pochi. Non ci sarà da parte nostra nessun atto se non questo: noi non ci saremo. E non andremo nemmeno a inizio parata a cercare solo le telecamere per comunicare urbi et orbi la nostra distanza, come ha fatto in passato chi si è ricordato di amare tanto il Pride solo quest’anno, che l’ha voluto organizzare a tutti i costi e a modo proprio. Andremo invece tutti ed tutte a Napoli il 26 giugno, a sostenere un Pride che condividiamo e sentiamo nostro, anche se la gioia di quel giorno non colmerà il senso di perdita umana e politica del Pride di Roma, stracciato e mortificato come un pannetto inutile in mano a pochi in totale smarrimento.

Roma, 7 giugno 2010

Amigdala - corpi vari generi diversi
Antagonismo Gay Bologna
Associazione Culturale Gender
Associazione Libellula Trans
Associazione LLI – Lista Lesbica Italiana
Azione Gay e Lesbica Firenze
Circolo Lesbico Drasticamente - Padova
Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli
Circolo Maurice - Torino
Circolo Pink - Verona
CLR Coordinamento Lesbiche Romane
Coordinamento Facciamo Breccia
Collettivo bears of naples
Collettivo di femministe e lesbiche La mela di eva
Collettivo MAlefimmine
Comitato Gay e Lesbiche Prato
Controviolenzadonne.org
Coordinamento Trans Sylvia Rivera
Coq Madame
Corpolibero – Coordinamento lgbtiq di Rifondazione Comunista
Desiderandae Associazione Lesbica Separatista - Bari
Frangette Estreme - gruppo queer Bologna
Fuoricampo Lesbian Group - Bologna
GayRoma.it
Glamorama caffè queer - Bari
Il collettivo tilgbq "Sui Generis"
Laboratorio di genere "Le Malefiche"
Laboratorio Smaschieramenti - Bologna
Ladyfest Roma
LAI - Lesbiche Antifasciste in Italia
La mela di eva - collettivo di femministe e lesbiche
La Roboterie
Leather Club Roma
Le Ribellule
M.I.T. - Movimento Identità Transessuale
Movimento Omosessuale Sardo
Newsletter Ecumenici
Open Mind Catania
Pantere Rosa - sinistra critica
Polis Aperta
QueerInAction
REFO - Rete Evangelica Fede e Omosessualità
Rete Agatergon
RETE RAINBOW ROMA - Centro Italia
Spazio pubblico Autogestito Strike (Roma)
Subwoofer Bears
Tavolo LGBTQ* Trento
Zeroviolenzadonne.it

PRIMI FIRMATARI
Alessandra Marinucci
Diego Tolomelli
Fausto Perozzi
Marcella Di Folco
Massimo Quinzi
Porpora Marcasciano
Nicole De Leo
Laurella Arietti
Valerie Taccarelli
Massimo Vario
Federica Pezzoli
Paolo Violi
Samuele Benedetti
Ugo Malatacca
Gianluca Manna
Franco Salaris
Manuel Savoia
Saverio Aversa
Mauro Cioffari


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