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Sito ufficiale del Coordinamento Trans Sylvia Rivera

I fondamenti del Coordinamento Trans Sylvia Rivera sono i seguenti:
diritti civili, diritti umani, autodeterminazione, laicità, antirazzismo, antifascismo


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sabato 3 luglio 2010

Cancellate le trans, criminalizzato il movimento

Tra i promotori l’unica rappresentante trans è antimmigrati e antiprostituzione
di Porpora Marcasciano -
Liberazione - 2 luglio 2010


Il Pride di quest’anno ci è stato scippato, però per coprire la questione e camuffarla si sente dire che si tratta di uno scazzo tra associazioni o tra prime donne. E’ un modo semplicistico per liquidare una cosa ben più pesante: che è il primo Pride più o meno dichiaratamente di destra della storia. Intanto perché ad organizzarlo ci sono soggetti non molto limpidi, che dentro il movimento glbt sono stati visti con diffidenza: Imma Battaglia che difende a spada tratta Alemanno, dicendo che è il miglior sindaco che Roma abbia avuto perché ha degli interessi da salvaguardare, l’Arcigay Roma che difende i propri locali sulla Gay Street romana e Gaylib, associazione che si dichiara di destra. I proponenti sono questi. La rappresentanza transessuale è in mano a tale Francesca Busdraghi (Azione Trans) la quale, oltre ad essere di Gaylib, è esplicitamente di destra, antimmigrati, antiprostituzione. E’ lei che dovrebbe rappresentare le trans. Ma l’origine del Pride fu la rivolta di Stonewall, e a Stonewall l’eroina, colei che lanciò il tacco a spillo che fece esplodere tutto, era Silvia Rivera: trans, prostituta, ispanica, emarginata. E tutte queste sue particolarità Silvia le ha difese appassionatamente anche venendo in Italia, fino alla sua morte, nel febbraio 2002. Il Pride ha un senso, la storia glbt ha un senso: si iscrivono nella logica della liberazione, nella lotta per i diritti e l’uguaglianza. Questa logica nel Pride romano 2010 se ne è andata a quel paese. Tra le iniziative c’è un dibattito su questione transessuale e mass media tra Francesca Busdraghi e Martina Castellana, la candidata del Pdl nella provincia di Salerno. Le trans non sono rappresentate, vorrei gridarlo.
In più il dibattito si è svilito, c’è stata dietro una strategia di distruzione ben precisa. Gli organizzatori hanno usato lo stesso sistema che usano i politici di destra in tv: provocare fino a quando uno risponde, a quel punto basta dire un semplice “a” che diventa aggressione. Qualsiasi cosa si dice e si fa diventa un’aggressione.
Hanno fatto diventare un caso politico nazionale la supposta aggressione a Paola Concia al Pride di Napoli. Paola Concia è una politica, in quanto tale è esposta a critiche e contestazioni. A Napoli c’è stata una semplicissima contestazione da parte di 5 travestite drag che le hanno dato della fascista perché era andata a Casapound. Da qui a dire che questa è un’aggressione violenta ce ne passa. Così tutta l’area “antagonista” viene liquidata come violenta, aggressiva, quando poi a ben vedere la vera aggressione arriva da loro, la vittima passa per aggressore e viceversa.
Tutto questo viene usato per motivare il Pride di Roma, che non ha struttura portante politica né rivendicazioni. Il documento “Noi non ci saremo” è stato firmato da 50 associazioni del movimento glbt italiano: si tratta di quasi tutte le associazioni italiane, è questo che va chiarito. Un fatto simile avrà un significato. Altro che prime donne.
Rattrista anche vedere come tutta l’operazione sia chiara al movimento ma non ai politici che dovrebbero rappresentarci. Mi spiace che Nichi Vendola appoggi questo Pride. La sinistra fa un passo avanti e due indietro. Credo che dei punti di riferimento ci debbano essere, io ce li ho, il mio percorso di liberazione è cominciato 35 anni fa e più passa il tempo e più mi pare chiaro, mi spiace che questo percorso prezioso venga svilito con accuse brutte, le associazioni hanno una storia e la rivendicano. In Italia l’area gay-lesbica-trans rispecchia la situazione del Paese, che è di arretramento culturale e politico. C’è il revisionismo storico, quando ci vengono rivolti certi attacchi vengono rovesciate le parole. Il termine “antagonista” oggi è usato come dispregiativo, per indicare tutti coloro che cercano di approfondire le questioni, di dare senso al proprio percorso di liberazione. E’ in corso un tentativo di discredito, di criminalizzazione di un movimento, per cui tutto quello che è critica o articolazione del discorso viene tacciato come pericoloso e violento.


martedì 22 giugno 2010

DA STONEWALL AL PAY PRIDE

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Editoriale
di Porpora Marcasciano
Vice Presidente M.I.T. Bologna


Sono tanti e soprattutto seri i motivi che fanno immaginare il pride del 3 luglio a Roma come altro, totalmente altro dall’evento che eravamo abituati a festeggiare. Tante le ragioni per dissociarsene e sentirlo distante dal nostro orgoglio. Del resto era prevedibile che in un’Italia dove tutto si è storto, il Pride seguisse la stessa sciagurata tendenza!
Nella sua organizzazione, salta vistosamente all’occhio l’assenza delle persone trans, sia a livello simbolico che fisico, eppure sono state proprio loro ad aprire il percorso della liberazione.

Spicca invece la sola presenza di una donna trans dichiaratamente di destra (Gay Lib) dichiaratamente contro la prostituzione, contro i consultori (quello del MIT per esempio), contro tutti i percorsi considerati da lei e dagli altri organizzatori come “antagonisti”.
Credo che Sylvia Rivera, se mai ci fosse stato confronto, qualcosa da gridare a questa persona l’avrebbe sicuramente avuta!

Ben altri dubbi si addensano come nuvoloni, su quel pride. Già in un precedente comunicato, ho avuto modo di esprimere dubbi e perplessità e li ribadisco: le posizioni politiche di Imma Battaglia in merito alla qualità della vita di gay e lesbiche in Italia (lei sostiene che stanno in gran forma); l’organizzazione affidata a uno psicologo (il nostro percorso di visibilità nasce proprio dalla contestazione di un loro convegno nel 1972); attacchi aggressivi e violenti che sfiorano la rissa, con l’immancabile rigiro della frittata per porsi come le vittime, copione oramai consolidato di tutte le neo destre emergenti (ricordate la favola del lupo e dell’agnello?); le loro aperture alle destre più o meno estreme e la condanna metodica e continua del laboratorio antagonista; la commistione grossolana tra eventi commerciali e politici, tra profitto e rivendicazione (di questo parleremo meglio ad evento avvenuto).

Se la matematica, per non dire la storia, non inganna e due più due fa quattro, l’organizzazione di questo pride è quanto di più lontano e antitetico, da un percorso di liberazione, quindi dal Pride, che, se anche l’inglese non inganna dovrebbe significare orgoglio. Per tutti coloro (e sono tante e tanti) il cui percorso è tracciato dalla liberazione è difficile non intravvedere in quello romano un pericoloso cambio di rotta, uno scivolone verso il baratro, checché van cantando le voci bianche che invocano unità. Non si costruisce unità sulla confusione, tantomeno sulla negazione di un percorso, mi riferisco a quello che da Stonewall porta a noi, visto gli attacchi concertati e indiscriminati contro il mondo delle associazioni.

Da un po’ di tempo mi ostino a ripetere, a rischio di noia, che c’è bisogno di riprendere e ridare una costruzione di senso, un senso nostro, fondamentale per tracciare la nostra storia, appropriarcene.
Operazione non facile, non lo è mai stata in un mondo sessista…veteropatriarcale! Ma un movimento serio e maturo che vuole sentirsi e definirsi tale, dovrebbe prendersi questa responsabilità, ha l’obbligo di darsi o quantomeno ricercare quel senso che altri e solamente altri hanno dato per noi.

Oltre al fin troppo scontato confronto continuo e costante, alla base della nostra costruzione dovrebbe esserci la coscienza, altra parola passata in disuso, del famoso quanto banale “chi siamo, da dove veniamo e….dove stiamo andando!” Attraversiamo un’epoca in cui il filo del discorso, ovvero la costruzione di senso, si è ingarbugliato, si è spezzato, confuso. Un mondo in cui tutti parlano -questa è l’illusione- ma in cui diventa sempre più difficile parlare, dire, capire e farsi capire. Un’operazione abilmente manovrata da precise strategie che un giorno, spero non molto lontano, si scoprirà essere l’arma, per quanto mi riguarda, non troppo segreta delle destre: meno si capisce più si manovra!

La narrazione, la nostra, è fondamentale per la nostra esperienza! In essa c’è scritto dove nasce la negazione e dove la nostra visibilità, dove si genera violenza e dove liberazione, dove si genera esclusione e dove diritto! In quella narrazione, che non è personale ma collettiva e riguarda trans, gay, lesbiche, donne, immigrati, esclusi di ogni specie, è stampato il mio j’accuse al neo pride romano: state facendo una brutta cosa! Il 28 Giugno 1969 accadde qualcosa che è corpo e sostanza del movimento di liberazione GLTQ, è la sua narrazione…non quella che si cerca di manipolare! Così facendo si snatura il Pride si svilisce, si elimina il suo spirito, di questo purtroppo ci si rende conto sempre dopo.

Sabato scorso ho partecipato al Sicilia Pride di Palermo ed è stato veramente favoloso, come in contemporanea quello di Torino (non dimentichiamo la formula del suo successo), come quello del 12 a Milano... In the spirit of Stonewall!
Ed è in questo stesso spirito di sostanza e di liberazione che si terrà il Pride nazionale di quest’anno a Napoli, sabato prossimo 26 giugno.

Non datemi dell’antagonista, ma è il minimo che ci possa sussurrare la nostra coscienza!


lunedì 25 gennaio 2010

I PUNTINI SULLE I

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Editoriale
di Porpora Marcasciano
Vice Presidente M.I.T. Bologna


Colpisce ultimamente, ascoltare (nelle assemblee) o leggere (sui tanti documenti e comunicati che girano) il richiamo al concetto del “fare filosofia” contrapposto al “lavorare” quest’ultimo senza dubbio molto più utile della pura e semplice teoria implicita nel concetto di “fare filosofia”. Mi hanno colpito anche una serie di passaggi o posizioni in cui si fa riferimento al “fallimento” del movimento/politica/associazioni trans che c’è stata fino ad ora. Chiaro che stando sulla breccia dai lontani Anni 70 e chiaro che facente io parte oltre che del movimento GLT anche di un’associazione chiamata MIT che proprio quest’anno ha festeggiato i suoi 30 anni di storia. Chiaro che in 30 anni di storia mi risulta difficile discernere tra la filosofia (teoria) e la pratica, discernere tra quali siano state le prassi e quale il pensiero che le sosteneva, mi risulta difficile semplicemente perché le due cose, per quanto mi riguarda, hanno viaggiato insieme. Mi risulta difficile considerare quanto fatto fin ora pura e semplice “teoria” tanto più quando penso alla violenza che ho subito, alle botte che mi son presa dai fascisti (ben tre volte), a quelle dei poliziotti che mi/ci fermavano, ci facevano passare la notte in gattabuia. Mi risulta difficile pensando a quando fui arrestata (novembre 1979) per atti osceni in luogo pubblico (4 giorni di isolamento a Regina Coeli e tre mesi al processo per direttissima). Mi è difficile anche pensando alle mille manifestazioni-contestazioni-proteste per far luce nel deserto che ci circondava. Soprattutto mi è difficile pensare che per fare/lavorare (come si afferma da qualche parte) oggi c’è bisogno di demolire quello che si è fatto ieri.
Proprio perché mi risulta difficile da comprendere, provo a fare un po’ di ordine (quello buono), a fare un po’ di esercizio di memoria e …. mettere qualche puntino sulle I.
Per quasi tutti gli anni 70 ho frequentato e battuto soprattutto la scena gay fino a fondare, insieme a Marco Sanna, il Collettivo Narciso divenuto in seguito Circolo M. Mieli. Ho cominciato a frequentare le riunioni del MIT esattamente quando ci si batteva per la Legge 164 che ottenemmo il 14 Aprile 1982. In piazza insieme alle tante trans, tutte unite nel MIT, c’erano i radicali, compagni di Lotta Continua, del Manifesto e dell’allora PCI…non c’erano fasci! Alla luce dei “fallimenti” paventati e della teoria “rinfacciata” possiamo considerare quella della 164 una vittoria? Possiamo dichiarare che è stata anche una vittoria del MIT? Da li mi piacerebbe partire, perché quella VITTORIA mi sembra un buon punto di partenza per rispondere alle calunnie di alcune care amiche (non compagne) T che sembrano trovare nell’avversione al MIT il loro unico motivo di essere.
E per non tirarla lunga, mi soffermo anche sulla descrizione di alcuni servizi e progetti del MIT e relativi risultati (in numeri certificati) per rispondere alle care T che vedono in quello che si è fatto fino ad ora pura teoria o fallimento.
Comincio da
1) Consultorio diventato oggi Struttura Convenzionata USL con in carico 650 utenti; due gruppi di auto aiuto (uno FtM e uno MtF) che seguono 14 persone; sostegno diretto e telefonico (nell’anno 2009) registrate 1200 telefonate da tutta Italia delle quali 350 per informazioni e consigli, 200 di sostegno a distanza, 190 per motivi legali, 220 per motivi sanitari, 180 da altri servizi e 60 varie. Il Consultorio lavora in rete con tutti i centri ONIG di cui il MIT fa parte. E’ aperto dal lunedi al venerdi dalle 10 alle 18.
2) Sportello Nuovi Diritti CGIL attivo dal 1997. Non si hanno i dati precisi di 13 anni di attività ma per fermarsi all’ultimo anno: 12 persone seguite e sostenute nella ricerca lavoro; 8 persone sostenute in cause di mobbing e discriminazione; 5 persone seguite nelle pratiche di disabilità e Assistenza.
3) Progetto Artemide (MIT-Comune di Bologna) intervento di Riduzione del danno nel mondo della prostituzione di strada e in appartamento. Attivo dal 1997. Nell’ultimo anno di Unità di Strada sono stati effettuati 6217 contatti in strada, distribuiti 11352 profilattici, Accompagnate ai servizi 90 persone. Il materiale informativo da distribuire è preparato dal MIT e viene usato da tutti i Progetti Italiani di Riduzione del danno. Avviato un percorso protetto di Art. 18 che al momento segue 2 persone.
4) Accoglienza. Il MIT gestisce tre mini appartamenti per rispondere alle emergenze abitative per tutti/e coloro che si trovano in difficoltà. In un anno effettuate 5 accoglienze.
5) Avviate 14 borse lavoro in 15 anni; 12 inserimenti lavorativi.
6) Dal 1999 avviati 4 Progetti Europei come Associazione promovente tra cui un Progetto Equal e partecipato a 23 progetti come partners. Progetti che hanno prodotto comunicazione, informazione, politica e soprattutto lavoro.
7) Assistenza in carcere. Fino a quando ci sono state il MIT ha assistito e sostenuto le trans recluse nel carcere bolognese della Dozza.
8) Consulenza e formazione alle principali associazioni e progetti di riduzione del danno.
9) Centro di documentazione con tutti i testi italiani sull’argomento.
Che faccio continuo?
Il Festival Internazionale del Cinema Transessuale DIVErGenti giunto alla sua terza edizione. La mostra fotografica sul transessualismo nella storia e nelle culture disponibile a tutti coloro che vogliono esporla. Nel 2000 ha organizzato Transiti (Convegno Scientifico-Culturale Internazionale su transessualismo e identità di genere), dove ospite d’onore fu Sylvia Rivera, invitata in Italia dal MIT. Il MIT ha fatto parte della Commissione Pari Opportunità (contribuendo anche alla sua realizzazione) presso il Ministero Pari Opportunità presieduti dalla Senatrice Balbo e successivamente da Catia Belillo, annullate successivamente dal secondo governo Berlusconi (trans destre ricordatevelo). Tutto quello che il MIT ha creato e che offre è stato possibile in un contesto politico (quello Bolognese) che ce lo ha permesso, non dimentichiamolo, specialmente prima di andare a chiedere briciole a Maroni. In questi anni il MIT si è adoperato a costruire e intessere rapporti con tutte le associazioni del Movimento GLbT. Si è partecipato alla costruzione anzi alla strutturazione del Consultorio Trans Genere di Torre del Lago, anche in virtu del fatto che a progettarlo c’era Regina (MIT da sempre) che da anni lavorava in Toscana (vi risulta?). Quando l’ONIG propose di trasformare il T da Disforia in malattia rara, il MIT indisse una riunione aperta a tutte le realtà Trans italiane a TUTTE (vi risulta?) e da lì, vista l’importanza del confronto, venne creato il Coordinamento Sylvia Rivera che, nonostante a qualcuno questo non scende, non era la longa mano della MIT ne della Marcasciano visto che era aperto a tutti e dentro ci stavano tutti …. VI RISULTA? Care Ex di associazioni varie vi ricordate quante volte il MIT vi ha invitate per confrontarsi e collaborare?….Capisco adesso perché non si accettava, per non farvi strumentalizzare o accalappiare, ma il MIT non aveva mica bisogno di voi!!!
Di queste cose mi sarebbe piaciuto tanto parlarne di persona in un bel dibattito pubblico ma le richieste sono sempre cadute nel vuoto. Questo soprattutto perchè il Coordinamento T è tacciato di antagonismo e soprattutto perché il MIT non ha mai posto condizioni né rivendicato nulla, ma visto che la misura è colma… è bene mettere i puntini sulle I. Altrimenti, si dice, che chi troppo si inchina si scopre il culo.
Diciamo che oggi il MIT ha una sua linea politica che, visti i servizi offerti, non è pura teoria, ne semplice filosofia, ne antagonismo…ne tantomeno un fallimento! Diciamo con orgoglio che il nostro lavoro, pur nel confronto allargato e senza isolarsi, si è tracciato sempre nel ricco e variegato solco della Sinistra, che ultimamente sembra non andare più di moda o molto più semplicemente non conviene più rivendicare…ebbene per noi tutto questo resta un dato di fatto e un grande motivo di orgoglio. I fascisti non ci sono mai piaciuti, ne quelli che picchiano ne quelli travestiti da agnelli, lo sforzo maggiore è quello di riconoscerli….per questo non ci piace andare a parlare con Maroni. Dopo la rivolta di Rosarno, dopo i suicidi e le violenze nei CIE, dopo l’aumento della violenza trans fobica, dopo i tanti no….sembra quasi che l’agnello vada a trattare con il lupo.
In Italia si diventa antagonisti o addirittura violenti appena ci si permette di dissentire. Una volta si litigava, ci si accapigliava ma si faceva, oggi basta una parola fuori luogo che partono denunce e la delazione…come in tempi tristi prende il posto della politica.

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lunedì 4 gennaio 2010

NELLO SPIRITO DI STONEWALL

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Editoriale
di Porpora Marcasciano
Vice Presidente M.I.T. Bologna


Non credo di dire nulla di nuovo nell'affermare/confermare che la realtà, oltre ad essere a noi avversa, è fondamentalmente confusa: quella trans, quella glbt, quella italiana....quella democratica. E' come se si fosse perso il senso delle cose, intendendo "senso delle cose" nel suo reale significato, in termini filosofici detto ermeneutica, cioè quella logica e coerenza che danno senso e significato a un'azione, a un'esperienza, a una vita. Per intendersi per ermeneutica patriarcale si intende il pensiero, la logica, le azioni che sorreggono quel sistema che riconosce e formalizza il potere maschile; l'ermeneutica fascista è quella che riconosce e formalizza il potere della borghesia, del nazionalismo e la difesa dello status. Come quella comunista che riconosce e formalizza l'uguaglianza, l'internazionalismo, la trasformazione dello status quo. C'é l'ermeneutica cattolica o monoteista, quella induista, animista ecc. C'é quella capitalista o del mercato la cui logica e senso è esclusivamente quello del consumo, quello più in auge nell'epoca contemporanea. C'é insomma, o meglio ci dovrebbe essere, nella natura delle cose una loro intrinseca coerenza che molto semplicemente significa riconoscibilità, chiarezza.... filo conduttore delle umane esperienze. Capita a volte che questo filo, dopo essere stato fortunatamente trovato e faticosamente seguito, venga perduto, o spezzato. Le colpe di ciò potrebbero essere addebitate all'incapacità di seguire quel filo o al contrario (come sono convinta) per un preciso calcolo o progetto avverso al filo stesso.

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Quale dovrebbe o potrebbe essere l'ermeneutica T? Le risposte a questa domanda potrebbero essere diverse e anche discordanti, ma partendo dalla semplicità e dall'essenzialità del nostro percorso di liberazione (più o meno 1969-2009) poiché è sul percorso di liberazione che riesco a basarmi (non su quello della negazione), potrei dire che il "senso delle cose T" è quello rintracciabile nello Spirito di Stonewall, quello mirabilmente interpretato da Sylvia Rivera, una delle sue più note protagoniste che in quello spirito per anni ha urlato no rigts no peace. Fin qui tutte/i direbbero (a ragione) di riconoscersi e di rifarsi a quel principio, ma, mi sia concesso il dubbio, ne siamo sicuri? Siamo sicuri che il senso dato alla nostra vita e alle nostre battaglie sia quello? Siamo sicuri che oggi, anno 2010, la costruzione di senso sia quella della liberazione e non quella del patriarcato, o del mercato, o ....del fascismo? Il dubbio mi assale perché essendo immersi (o circondati) da quella logica di senso, il rischio di esserne assorbite, fagocitate e divenirne replicanti è veramente alto. Come dire che quando si stà nella latrina non si sente più la puzza!
Non riesco a comprendere trans, gay e lesbiche che si dicono di destra, mi risulta veramente difficile! Per questo all'assemblea romana del 19 Dicembre sono rimasta sorpresa dalle argomentazioni (quando c'erano) di coloro che ribattevano al mio/nostro richiamo all'antifascismo e alla condanna delle aperture a quella destra che ci vuole morti. Su questo mi soffermerei a riflettere perché questi soggetti affermano il contrario e cioè che nella destra ci sarebbe posto per noi, annullando così quella costruzione di senso o ermeneutica fascista che, basandomi sulla storia, la politica e la filosofia se no erro ha tre principi cardine "dio, patria, famiglia" ai quali in maniera differente (ma coerente) tutte le destre si rifanno. Se non si riconosce questo è come non riconoscere che il Vesuvio stà a Napoli o la Mole stà a Torino.
Metodo sperimentato e oramai consolidato dei neo fascisti è quello di urlare, quasi sempre senza argomentare, accusando gli altri di mancanza di rispetto, di mancanza di democrazia, di mancanza di riconoscimento....urlano, blaterano, non dicono nulla se non che gli altri sono violenti.
Qualsiasi cosa si controbatte diventa per loro violenza, compreso il mio/nostro scontato antifascismo. E per essere political corect alla fine si confondono lupi e agnelli o, come si suol dire, chi troppo si inchina si scopre il culo!
Ma tornando al percorso T, cosa c'entra questo mio exursus? Premetto che ho messo all'inizio quello che avrei dovuto dire alla fine, ma da quel lontano 1969 (sembra oramai un'epoca remota) quando Sylvia lanciava la bottiglia ai poliziotti che la opprimevano, segno conosciuto e riconosciuto dell'inizio della liberazione, della famosa "prima volta" ad oggi, qual è il senso delle cose? Potrebbe essere questo il titolo di un futuro seminario!!! Cosa è successo nel mondo e soprattutto in Italia in questi 40 anni? Cosa è cambiato da quegli anni in cui all'oppressione secolare rispondevamo con la sovversione della nostra favolosa esperienza? Qual è la differenza tra il "metterci la vita" delle nostre sorelle pioniere (ricordate Roberta, Sandra, Gianna e tutte le altre?) e l'essere T oggi?
Perché quelle (le prime) erano/eravamo considerate da certi pulpiti le cattive ragazze, quello che succede oggi con le brasiliane e.... tra non molto con tutte/i noi?
Come mai a livello legislativo tutto si è fermato al 14 Aprile 1982 quando fu approvata la L.164 l'unica per tutto il panorama GLBT? Come mai il pregiudizio e la violenza nei nostri confronti che sembravano scemare, sono oggi prepotentemente aumentati? Come mai urliamo e non ci capiamo tra di noi, non ci diciamo più niente, non ci ascolta più nessuno? Ci affanniamo per apparire a tutti i costi rischiando di non essere viste più neanche da Bernadette?
A queste domande non ho una risposta chiara, soprattutto non ho una ricetta, guai se pensassi di averla, sarebbe un chiaro segno di arroganza e ipocrisia. Ma riprendendo quel famoso filo conduttore, il filo della liberazione, basandomi sull´insegnamento della storia (intendo la nostra) e delle pioniere, facendo un po´ di esercizio di memoria, ritornando a fare una sana e vitale autocoscienza, recuperando lo spirito di Stonewall ....forse dalla lacuna della disperazione riusciamo ad uscire!
Mi siano concesse alcune piccole e brevi note: au debut, (la famosa prima volta) si partecipava! Perché oggi si delega?
Le grandi proteste che rientravano tutte nel processo di liberazione che attraversava il mondo, non erano monopolizzate da nessuno, ne tantomeno fagocitate, deviate, sminuite! Perché oggi si fa a gara a mettere il cappello su tutto? Ai rampolli della destra diffido (e tutti noi dovremmo farlo) dal mettere le mani su quel processo semplicemente perché non gli appartiene e che invece mi appartiene (in quanto libertaria, antagonista, rivoluzionaria) e ci appartiene a tutte e tutti nello spirito di Stonewall.
Quando parliamo di trans/omofobia, riusciamo ad uscire dall'ermeneutica patriarcale, definendo la violenza nei nostri confronti come espressione di quel sistema, chiamando la violenza con il suo nome e cioè fascismo, altrimenti risulterà essere un fatto casuale, improvviso come un temporale estivo, segno di una mente malata, avvalorando così l'idea di coloro che si ostinano a vederla come un castigo di dio. Questo anche in risposta non polemica all'intervento di Fabianna Tozzi all'assemblea del 19 a Roma quando si chiedeva il perché alcune associazioni "perdono tempo" nel ribadire e rimarcare il loro antifascismo!
Riusciamo a scorgere in quanto successo a Torino alla mostra Generi di prima necessità il segno chiaro e lampante di quanto sostengo?
Se il Coordinamento Sylvia Rivera, riuscirà a fare autocoscienza, esercizio di memoria, a riconoscere il profumo dalla puzza, a riprendersi la propria storia nello spirito di Stonewall....ce la potremo fare!!!
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